Quello di Chernobyl
è considerato il più grave incidente nucleare della storia. A oltre 30 anni da
quel tragico 26 aprile del 1986 la narrazione dell’evento suscita orrore e
interesse allo stesso tempo. La gestione del rischio industriale come la
conosciamo oggi deve alcuni dei suoi punti più qualificanti anche all’analisi
di quell’incidente che ha, tra l’altro, condizionato le scelte e le politiche
energetiche di intere nazioni.
Cosa c’era quindi da dire dopo tanto tempo in Italia su
quell’incidente avvenuto in Ucraina? C’era da raccontarlo in modo semplice alle
nuove generazioni oltre che ai non addetti ai lavori e Stefania Divertito lo ha
fatto. Il testo di cui parliamo è un libro importante per almeno 3 motivi: è scritto
bene, è semplice e parla di persone. Il libro peraltro è arricchito anche da un’appendice
sulla storia dell’energia nucleare in Italia e sui problemi legati allo
smaltimento dei relativi rifiuti.
Paradossalmente il fatto che un libro sia scritto bene non è
più scontato. Sotto la spinta delle cose velocissime, delle autoproduzioni e
sotto il continuo attacco dei social media la lingua italiana sta passando periodi
difficilissimi. Leggere una cosa ben scritta a mio avviso rimane sempre un
piacere e in questo caso Stefania fa il suo mestiere di giornalista
argomentando, adottando un linguaggio chiaro ed efficace; con una scala di
tempi e avvenimenti che riesce ancora una volta a creare una tensione emotiva
sia in chi conosce i fatti sia in chi ci si affaccia per la prima volta.
Il testo è semplice e procede senza cedere mai alla
tentazione tecnicismi che snaturerebbero l’intento dichiarato fin dalle prime
pagine: ricordare cosa è successo all’epoca e cosa questo ha comportato dopo.
Il testo è, tra l’altro, arricchito da una bibliografia che permetterà a chi ne
avrà voglia di approfondire, tra l’altro attingendo anche alle numerose risorse
presenti sul web a cominciare dalla ricchissima pagina wikipedia.
Infine, si parla di persone ed è forse questo il punto forte
del libro perché ci restituisce la dimensione umana di quella tragedia. Si
raccontano singole storie, episodi di persone arrivate in Italia per scappare
delle aree contaminate e tutto questo serve. Dare la cifra di un incidente che
ha strappato alla loro terra decine di migliaia di famiglie. Il rischio di una
lettura asettica delle cifre quando i numeri sono così importanti è sempre in
agguato e questa lettura ci ricorda come accettando il rischio di eventi
particolarmente improbabili e al tempo stesso così gravi si possa perdere la
reale misura delle conseguenze umane di un incidente.
La domanda che rimane in sospeso è quella che ci siamo da
sempre posti come addetti ai lavori e come “normali” cittadini: dove va posta
l’asticella del rischio? Cosa siamo disposti ad accettare in cambio di
benessere, energia a basso costo e lavoro? Basterà approfondire con qualche
altra lettura per rendersi conto che gli effetti degli incidenti legati alle altre
fonti energetiche (prime tra tutte il carbone) sono numericamente altrettanto
importanti, se non peggiori. Ma il rischio del nucleare ha una valenza globale;
le letture su questo argomento e sulle tematiche ambientali non saranno mai abbastanza
finché non saremo capaci a comprendere la dimensione collettiva dei vantaggi e
dei problemi che queste comportano.
E’ un pezzo di storia: un fondamentale pezzo di storia che
non deve mai essere dimenticato.

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